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Informativa del chatbot: cosa dice l'AI Act e le formule pronte
L'AI Act obbliga a dichiarare che il chatbot è un'AI? Sì, dal 2 agosto 2026. Ecco cosa chiede davvero la legge e le formule pronte da copiare.
Indice dell'articolo
Hai un chatbot sul sito, su WhatsApp o al telefono? Dal 2 agosto 2026 l'AI Act ti chiede una cosa sola: chi ci parla deve sapere che sta parlando con una macchina. È l'obbligo di trasparenza dell'articolo 50, che copre anche contenuti generati e deepfake — per il quadro completo c'è la guida all'art. 50. Qui invece andiamo in verticale sul solo chatbot: cosa devi scrivere, dove, e con quali parole. Con formule pronte da copiare.
Cosa chiede davvero la legge
Poco, in realtà. L'articolo 50(1) del Regolamento UE 2024/1689 dice che le persone che interagiscono con un sistema di AI devono essere informate del fatto che stanno interagendo con una macchina. Punto.
Non c'è una formula prescritta. Non c'è un colore, una dimensione del font, un'icona obbligatoria. La legge chiede il risultato — l'utente lo sa — non il mezzo. Le formule che trovi più sotto sono buone pratiche, non testi imposti dal regolamento.
Tre cose da fissare subito:
- L'obbligo è tuo, come deployer. Se esponi un chatbot al pubblico — sul sito, su WhatsApp, al telefono — sei tu a dover informare gli utenti, anche se il software lo ha fatto un fornitore esterno.
- Vale dal 2 agosto 2026. La data è confermata: l'Omnibus digitale (Reg. UE 2026/1744) ha rinviato altre scadenze, ma non questa. Sul calendario aggiornato vedi anche le date che contano.
- Le sanzioni non sono simboliche. Le violazioni degli obblighi ordinari arrivano fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato (art. 99); per le PMI si applica il valore più basso tra i due. Per un'informativa che si scrive in dieci minuti, non vale il rischio.
C'è una sola eccezione: puoi non dirlo se è evidente dal contesto per una persona ragionevolmente informata. Vediamo quanto è stretta.
Il test dell'"evidente dal contesto"
L'eccezione sembra comoda, ma nella pratica si applica quasi mai.
Chiediti: una persona normale, che atterra sul tuo sito per la prima volta, capisce da sola che dietro la chat non c'è un umano? Un widget che risponde in linguaggio naturale, fa domande di follow-up e scrive frasi complete non è evidente. Anzi: è progettato apposta per sembrare una conversazione umana. È esattamente il caso che la norma vuole coprire.
Il test diventa ancora più severo se:
- il chatbot ha un nome di persona ("Chiedi a Laura");
- risponde negli stessi orari in cui risponderebbe il tuo staff;
- lo stesso canale (chat del sito, numero WhatsApp) è usato a volte da operatori umani e a volte dal bot.
In tutti questi casi l'utente non ha modo di capirlo da solo, quindi devi dirglielo tu. La regola operativa è semplice: se hai un dubbio, dichiaralo. La dichiarazione non ti costa nulla; l'ambiguità sì.
Le formule pronte
Ecco quattro formule collaudate, da adattare col nome della tua azienda. Ricorda: la legge non impone queste parole esatte, chiede solo che il messaggio arrivi. Queste sono buone pratiche che lo fanno arrivare.
1. Messaggio di apertura del widget — la prima cosa che l'utente legge quando apre la chat:
Ciao! Sono l'assistente virtuale di [Azienda], un sistema automatico basato su intelligenza artificiale. Posso aiutarti con informazioni su prodotti, ordini e assistenza. Se preferisci parlare con una persona, scrivimi "operatore".
2. Etichetta permanente — una riga fissa sotto o sopra la finestra di chat, visibile per tutta la conversazione:
Stai parlando con un assistente virtuale (AI) di [Azienda].
È il complemento ideale del messaggio di apertura: resta visibile anche quando la conversazione si allunga e il primo messaggio esce dallo schermo.
3. Passaggio a operatore umano — quando il bot inoltra la conversazione a una persona, dillo esplicitamente. E vale anche al contrario: se dopo l'umano riprende il bot, l'utente deve saperlo.
Ti metto in contatto con un collega umano: da qui in poi risponderà una persona del nostro team.
4. Chatbot telefonici e vocali — al telefono non c'è un'etichetta da leggere, quindi la dichiarazione va nel messaggio di benvenuto, prima che la conversazione inizi:
Benvenuto in [Azienda]. Questa chiamata è gestita da un assistente vocale automatico basato su intelligenza artificiale. Se vuoi parlare con un operatore, dillo in qualsiasi momento.
Vale lo stesso per i voicebot in uscita: se è il bot a chiamare, la dichiarazione apre la telefonata.
Gli errori tipici
Gli errori che vediamo più spesso non nascono da malafede, ma da soluzioni "comode" che svuotano l'informativa.
Nasconderla nelle condizioni d'uso. Una riga a pagina 7 dei termini di servizio non informa nessuno: l'utente deve saperlo nel momento in cui interagisce, non doverlo scovare in un documento che non leggerà mai. La dichiarazione va nella chat, non nel footer legale.
Il nome umano con la foto stock. "Laura" con un avatar fotografico, uno stato "online" e la scritta "ti risponde subito" costruisce attivamente l'impressione di parlare con una persona. Puoi dare un nome al tuo bot, ma il pacchetto complessivo non deve ingannare: se lo chiami Laura, l'etichetta "assistente virtuale (AI)" deve essere ancora più visibile, e l'avatar fotografico è da evitare. Un'icona stilizzata comunica onestà a colpo d'occhio.
Dichiararlo solo al primo messaggio. Su WhatsApp o nelle chat che salvano lo storico, una conversazione può riprendere dopo giorni. L'utente che torna non ricorda — e magari non vede più — l'avviso iniziale. Soluzioni: l'etichetta permanente (formula 2), oppure ripetere la dichiarazione quando la conversazione riprende dopo una pausa lunga.
Non sai se il tuo caso rientra nell'obbligo o in altri? L'autovalutazione gratuita ti dice in pochi minuti quali obblighi dell'AI Act toccano la tua azienda.
Chatbot e dati: l'informativa privacy resta a parte
Attenzione a non confondere i piani. L'informativa AI Act ("sto parlando con una macchina") non sostituisce l'informativa privacy: quella è un obbligo GDPR separato, che resta in piedi con le sue regole.
E il chatbot tocca il GDPR più di quanto sembri: memorizza le conversazioni? Le usa il fornitore per addestrare i suoi modelli? Gli utenti ci scrivono dentro dati personali — nomi, email, a volte dati sanitari? Verifica cosa conserva il sistema, per quanto, e chi vi accede, e aggiorna l'informativa privacy di conseguenza. Due obblighi, due documenti: uno non copre l'altro.
Mettiti in regola in un pomeriggio
L'informativa del chatbot è uno degli adempimenti più rapidi di tutto l'AI Act: le formule le hai appena lette, il grosso del lavoro è adattarle ai tuoi canali e non dimenticarne nessuno.
Se vuoi il pacchetto già pronto, il Kit Trasparenza art. 50 a 59 € include l'informativa chatbot pronta per sito e canali (WhatsApp, telefono), le formule di dichiarazione per i contenuti generati e le linee guida per l'etichettatura. Chip: In vigore dal 2 ago 2026 — la scadenza è già passata, quindi se il tuo chatbot è ancora "muto" questo è il momento di sistemarlo.
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